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Enzo Baldoni: una storia ancora da raccontare

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Con Simona in Libano parlando di Enzo

Tiro (Libano) – L’ultima volta ci eravamo visti a ferragosto. Chi dimentica quel pranzo con il pollo fritto ai bordi della piscina del Palestine? Una delle poche volte in cui quel gruppetto di italiani mezzi matti a Baghdad erano riusciti a stare insieme. Poi non ci siamo più visti, non per colpa nostra. La morte di Enzo e poi il loro rapimento. Ritrovo dunque Simona Pari in Libano e in qualche maniera sento di esaudire una promessa. Avevamo appuntamento una settimana dopo per fare un servizio sulla chiusura delle scuole e celebrare il grande lavoro di “Un ponte per” a favore dei ragazzi irakeni. La ritrovo quasi esattamente due anni dopo in un’altra scuola, a Tiro, a mandare avanti un grande progetto di Intersos per i bambini libanesi. Attività didattiche numerose, impegno nell’insegnare a difendersi dalle bombe a grappolo, ma soprattutto il grande merito di restituire il sorriso a questi innocenti. Avevamo paura, all’inizio, di parlare di noi. Poi è bastato un sorriso ricordando quel pollo fritto. Abbiamo cominciato con Enzo. Ne abbiamo parlato a lungo. Solo una cosa penso di poter dire. Quando Simona mi ha confessato di essersi emozionata leggendo i nostri blog in cui parlavamo soprattutto dei figli. “Era molto bello”. L’amore per i ragazzi che riaffiora, sempre. Abbiamo parlato anche del suo mese in catene, delle paure e della speranza, della forza e della fragilità, del passato e del futuro, dell’Iraq e del Darfur  ma sono discorsi che appartengono al privato. Voglio solo testimoniare, qui, di una giovane donna che ha scelto una vita difficile ma esaltante. Aiutare gli altri. E’ scappata da quei riflettori che, a dispetto della sua volontà, l’avevano catturata  e che continua a girare il mondo, in silenzio.

Perchè tante bugie?

“Enzo Baldoni? Ci e’ stato chiaro fin dall’inizio che era una spia”. Queste parole sono state pronunciate, in un’intervista trasmessa oggi dalla televisione satellitare araba al-Jazeera, da Ibrahim al Shemmari, ritenuto il portavoce dell’Esercito Islamico in Iraq. Si tratta di un messaggio del gruppo integralista iracheno che nel 2004 rapi’ e uccise il giornalista Enzo Baldoni. Secondo al Shemmari verrebbero uccisi, tra gli ostaggi stranieri, solo quelli che sono ritenuti spie degli Stati Uniti. ”I servizi di sicurezza dell’Esercito Islamico – prosegue al Shemmari – controllano costantemente il passato degli ostaggi e di tanto in tanto un giornalista o qualcun altro cade nelle loro mani. Ma se uno viene giudicato innocente viene rilasciato”. Il giornalista italiano, conclude, “Era una spia, ci e’ stato chiaro fin dall’inizio. C’erano molte prove”.

Ci ho pensato molto a pubblicare questa notizia. Sarebbe stato più facile evitarla, ma visto che è stata diffusa da grandi testate online, ho pensato che era meglio affrontare, per l’ennesima volta la questione. La prima considerazione è di carattere generale. Com’è possibile che il portavoce di un gruppo terroristico sia ospitato da una televisione senza nessuna ripercussione legale. Ma questo è un discorso a margine. Entrando nella questione che più ci sta a cuore quel tizio ripete per l’ennesima volta una clamorosa stupidaggine per coprire evidentemente la verità vera. Dire che Enzo era una spia degli Stati Uniti è una gigantesca baggianata. Sarebbe bastato, appunto “controllare il passato dell’ostaggio”, dove Baldoni ha sempre ostacolato intellettualmente l’imperialismo a stelle e strisce. Non stava lì oltretutto per “Diario” che non è una testata esattamente di destra? Bastava leggere il suo blog, quello che scriveva in quei giorni dall’Iraq, dove tifava apertamente, appassionatamente per la resistenza. Per non dire poi del tempo a disposizione. Enzo è stato ucciso addirittura prima dello scadere dell’ultimatum di quarantotto ore. Non è mai successo, neppure con gli ostaggi americani. Le prove? Quali prove? Purtroppo non sapremo mai perché Enzo è stato ucciso. E neppure sapremo chi o che cosa la sua morte ha coperto e deve ancora coprire.