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Enzo Baldoni: una storia ancora da raccontare

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Morire in Mesopotamia

“Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.  (Enzo G. Baldoni)

Baghdad, 27 agosto 2004Quando parlavamo di gabbiani e liberta’Ho gia’ speso molte parole. Non ne avevo voglia, ma l’ho dovuto fare perche’ questo e’ il mio mestiere. Quello spiritaccio restera’ dentro di me, non sparira’. Non so ancora come, ma la sua voglia di vivere sara’ raccolta come un patrimonio. E’ come se ancora lo aspettassi per quell’appuntamento che mi aveva dato la sera dopo. Lo prendo semplicemente come un ritardo: lo aspetto ancora per avere quelle foto che mi ha scattato quel giorno a Najaf che non ho mai visto e non vedro’ mai. Lo aspetto da un momento all’altro che arrivi dinoccolato a prendersi quella cassetta che Silvio gli ha preparato. Rideva: “A reti unificate…” Il destino ha voluto che succedesse ancora.  Quando Mahdi, il mio Ghareeb, mi ha visto stamattina, mi ha abbracciato: “I’m sorry, Pino, a nome di tutti gli irakeni”. Gli ho spiegato che Enzo non ce l’aveva con l’Iraq, anzi l’amava. E sicuramente non ce l’ha con l’Iraq neppure adesso.

Enzo aveva unidea cosi forte della vita da parlare spesso della morte. Parlarne senza paura, quasi deridendola. Cosi fra i ricordi che mi legano a questo reporter entusiasta e sfortunato,  mi ritrovo quello che appena una settimana fa, non mi ero accorto fosse un vero e proprio testamento. Addirittura aveva scherzato sui suoi funerali, li aveva raccontati come di un evento lontanissimo e in qualche modo festoso, non un momento di lutto: “Voglio che si rida, avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte. E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.Verso le otto o le nove, senta tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega”. Esercizi letterari, forse. Pero, la notte prima dellultimo viaggio, il discorso si fa piu serio, meno ironico. “Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in Paesi che non hanno mai visto un turista prima di me.” Forse affiora davvero, per la prima volta, la paura. E’ successo a ognuno di noi. Ma non tutti hanno la fortuna di raccontarlo.  

Qualcosa in comune sicuramente c’era. Altrimenti non ci saremmo ritrovati insieme davanti al buco di quella granata, nel giardino del “Palestine”, quella notte. Ma non ci siamo piaciuti subito. Intanto perche’ quella che ci aveva tanto spaventato io la chiamavo bomba e lui rosa scarlatta. Enzo Baldoni non era normale. Cercai di capire chi era, perche’ stava li’. “Sono un viaggiatore pigro e un ficcanaso, oppure un fesso che scrive, fai te”. Pigro? Faceva foto, sempre, dappertutto. Aveva una certa genialita’ nel rivoltare la frittata: “E’ la quinta volta che vieni in Iraq, ma chi te lo fa fare?”. Inutile spiegargli che e’ il mio mestiere. Scoprimmo almeno di avere una cosa in comune, anzi due: la voglia di capire e i blog. Io cominciai a leggere il suo e scoprii che aveva grandi intuiti da cronista. Lui scopri’, leggendo il mio, che “anche i giornalisti hanno un’anima”. Il giorno che lascio’ l’albergo per trasferirsi nella casa di Ghareeb (non l’avesse mai fatto) mi lancio’ un messaggio di amicizia. Ci parlammo molto in quei giorni senza vederci. Per telefono (malissimo) e per e-mail. Discussioni feroci. Mi accusava di aver rinunciato al primo viaggio a Najaf per paura. Io a spiegargli, ma forse allora non lo convinsi. Perche’ le nostre differenze vennero fuori tutte: non quelle personali, ma quelle piu’ concrete legate a cio’ che facevamo. Discutemmo di liberta’ e di gabbiani. Discussioni feroci. Facemmo pace quando al ritorno lo andai ad intervistare in ospedale. Inguaribile. Litigammo ancora, piu’ seriamente per il secondo viaggio. Alle due di notte, per un’ora, e dovevamo svegliarci alle cinque. Quelli che a lui piacevano, non piacevano a me. Lui si fidava ciecamente di tutti, invece io lo invitavo alla prudenza. Discutere serve. Quando la mattina c’incontrammo ci fu un abbraccio. In silenzio. Cioe’ senza parole: le avevamo spese tutte in una notte di Baghdad, forse non casualmente, cosi’ piena di botti. Quando, qualche chilometro dopo, il botto lo sentimmo sotto di noi non ebbe piu’ il coraggio di chiamarla rosa scarlatta. Io ebbi, lo ammetto, qualche dubbio nel proseguire. Quel viaggio non mi piaceva. Ma andammo avanti. Insieme. Quando poi arrivammo tra cecchini e carri armati in quella stradina di Najaf , mentre faticavo a parlare al microfono per i botti che rimbombavano, Enzo mi scatto’ un sacco di foto e sorrise: “Ma lo sai che fai proprio un mestiere di merda?”. Era la consacrazione di un’amicizia. Del resto, so per esperienza che i rapporti fra noi “zingari” si saldano alla prima avventura in comune. Purtroppo e’ stata anche l’ultima. 

Ho perso un amico

Baghdad, 26 agosto 2004Una settimana. Una settimana fa, giovedi’ scorso, lo abbiamo lasciato nella moschea di Kufa, proprio dove da poche ore e’ stata siglata forse la pace definitiva per l’Iraq. E adesso la notizia della morte di Enzo Baldoni, quando invece le voci qui a Baghdad sembravano confortanti. La prima telefonata e’ arrivata dalla Farnesina. Enzo Baldoni e’ morto, ma prima della comunicazione ufficiale volevano giustamente avvertire la famiglia. Poi, al Jazeera, dove i terroristi si sono rivolti anche questa volta per comunicare l’uccisione del giornalista italiano. Una prima riga a scorrere sul teleschermo, poi un’altra con l’annuncio che presto sara’ diffuso un video con le immagini della morte. Non c’e’ stato tempo per le trattative. Queste bestie che si firmano “Esercito islamico dell’Iraq” hanno mantenuto in pieno la minaccia, rispettando rigorosamente i tempi. Avevano dato 48 ore di tempo e allo scadere esatto dell’ultimatum l’hanno messa in atto. Gente che uccide, terroristi che non vogliono la pace. Enzo Baldoni era venuto qui in Iraq non per raccontare la guerra ma per incontrare la gente. Voleva capire. Ricordo, una settimana fa in quella stradina che risuonava dei fragori della battaglia e dalla quale siamo usciti anche grazie a lui seguendolo dietro quella bandiera bianca, ricordo che Enzo era deluso perche’ era impossibile arrivare al mausoleo. Non per fare scoop, ma perche’ aveva voglia d’incontrare gli uomini di al Sadr, capire perche’ facevano quella rivolta, perche’ versavano sangue. Capire. E allora intanto ha cominciato a parlare con la gente pacifica di quella stradina, raccogliendo i loro racconti di paura e di disagio. Ha fatto domande piu’ che ottenere risposte. Poi le stesse domande le ha fatte ai seguaci di al Sadr che abbiamo incontrato a Kufa. Al Sadr in genere abita li’ e lo conoscono bene. Ha chiesto di lui. Peccato perche’ adesso che lo hanno ucciso Enzo Baldoni non puo’ piu’ tornare a Najaf a chiedere come si vive, finalmente, in pace. Non puo’ piu’ andare da nessuna parte, purtroppo.